ORTUCCHIO

Mi ero innamorato di lei, Lella, vedendola ogni giorno al self service della zona industriale dove lavoravo. Avevo intuito che lavorava nel marketing di qualche azienda di lì perché quando la sentivo parlare non capivo nulla di quello che diceva.

Cercavo di mettermi in coda quando arrivava con la sua amica per starle il più vicino possibile e tentavo di starle avanti in modo da poter essere io a passarle il vassoio e la tovaglietta di carta. Quando ci riuscivo mi sorrideva e continuava a dire parole incomprensibili con la sua amica. Una volta si infilò tra me e lei un suo collega e sorridendo gli passai il vassoio pensando fosse lei. Mi sorrise anche lui stringendo gli occhi e la bocca. Allungò la mano per sfiorare la mia con l’indice ma presi prontamente un filoncino di pane con l’altra mano e glielo misi tra il vassoio e la mano che stava venendo verso la mia. Gli dissi “I carboidrati non bastano mai”.

Mi fece lo sguardo triste. Intanto continuavo a seguire lei con lo sguardo per vedere ogni volta quello che prendeva per poi allinearmi alla cassa in modo da provare la difficile manovra “mangiare accanto a lei”.

Una volta la seguii ma stava andando a mettere l’olio e il sale nell’insalata, l’amica le prese l’unico posto libero e mi toccò strambare come Luna Rossa verso un tavolo di vigorosi metalmeccanici che analizzavano i culi delle receptionist con tanto di scheda tecnica su spessori e tolleranze.

Un’altra volta riuscì a sedermi accanto a lei. Stavo per dire “Oggi lo spezzatino sembra buono” ma alcuni colleghi la chiamarono ad unirsi a loro lasciandomi solo a parlare con lo spezzatino.Poi accadde che un giorno venne da sola, niente collega gay, niente amica. Mi capitò davanti in coda e fu lei stavolta a passarmi il vassoio. Non mi sembrava vero. Andava tutto a meraviglia. I nostri vassoi strisciavano felici uno accanto all’altro lasciandosi spingere dalle nostre mani. Alla frutta, nel prendere la macedonia, tentammo di prendere lo stesso bicchiere. “Anche a te piace l’ananas?” mi disse. “Non saprei vivere senza” fu la mia risposta. I cinque secondi più lunghi della mia vita. Alla cassa andò prima di me e pagò due caffè. Stavo per toccare il cielo con un dito. Mi stava offrendo un caffè. Le dissi “Ma dai non ti preoccupare” e lei “Ieri non avevo pagato il caffè e avevo un sospeso, non ti sto pagando il caffè”. Dopo aver toccato il cielo con un dito dovetti incassare con eleganza un gancio alla George Foreman contro Joe Frazier. Mi appoggiai alle corde, ripresi fiato e “Ci sediamo lì?” e lei “Si dai, così mi fai uno storytelling di te, del tuo w-i-p, della tua to-do-list”. Il tempo sembrò fermarsi. La guardavo e mangiavo l’ananas a pezzetti piccoli piccoli e lentamente pensando di mangiare lei. Al caffè ci salutammo. Avevo stabilito un contatto. Ero felice. Lei uscì dal self service, corse incontro ad uno che l’abbracciò forte e si baciarono a lungo come se non ci fosse un domani. Intanto la mia mano stringeva un bacio perugina di cui rimase intera solo la nocciola. Il mio sogno si era squagliato lasciando solo un biglietto “Quando si chiude una porta si apre un portone”. Non feci in tempo a pulirmi la mano che una voce alle mie spalle disse “La linea della vita è coperta di cioccolata, avrai un futuro dolce.” Era il collega a cui avevo dato il filoncino. Ora abbiamo una rosticceria e viviamo ad Ortucchio, il paese dei suoi, a pochi chilometri dal Parco Nazionale d’Abruzzo.

IL FOLLOWER

“Papà Biancaneve aveva 7 follower?”
“No amore erano dei nanetti”
“E Alí Babà aveva 40 follower?”
“No amore erano dei ladroni”
“E il pifferaio magico, quando suonava, lo seguivano i follower?
“No amore erano tanti topolini”
“Ma Sandokan però li aveva i follower!”
“No amore, quelli erano i tigrotti della Malesia”
“Ma papà nelle storie che leggo non ci sono mai i follower!”
“No amore”
“Io vorrei avere i follower”
“I tuoi follower siamo io e la mamma”
“Lo sai che anche la mamma ha un follower?”
“Si? E chi è?”
“Lo zio Gino.”
“Lo zio Gino?”
“Si una volta che tu eri partito era venuto a casa. La mamma mi disse che stava lì perché era un suo follower e mi mandò a dormire.”

VITA DA BOOMER

“Ehi Valeria io non ce la faccio più. Ho voglia adesso.”

“Ma sei pazzo! ci sono i ragazzi con gli amici di là nel salone”

“ME NE SBATTO! Qui non si può fare mai niente”

“Non gridare, che io lo so cosa vuoi fare. Chiudiamo almeno la porta.”

“NO, NO, NO. Si deve sentire, non ci dobbiamo vergognare ecchecazzo.”

“Ma non ti va di  fare sesso? Eh? Dai ti piaceva un sacco.”

“NONEEEE! Voglio sentire “Tanta voglia di lei” dei Pooh a volume alto.”

“Allora dillo che tutto il palazzo deve sapere che sei un boomer.”

“Valeria non voglio più nascondermi. Basta con questa storia che dobbiamo sentire la musica Indie di questi gruppi o di questi cantanti qua Gazzelle, Pinguini, Cannella, Legno, Ariete..mi sembra di giocare a nomi, città cose, animali. Io sono BOOMER e me ne vanto!”

“Ma non puoi metterti le cuffiette?”

“NONEEEE voglio sentire le casse vibrare, mi voglio emozionare quando lui dice “e non dici una parola……mi dispiace devo andare il mio posto è là”.”

“Lo sai che i ragazzi non vogliono. Ci hanno preparato la playlist per stasera. Ti hanno messo qualcosa che ti piace dai.”

“Cosa hanno messo?”

“Vincent di Don McLean”

“Che ruffiani, vabbè dai, transeat. Ci facciamo una carbonara?”

“No no i ragazzi ci hanno ordinato dal ristorante pakistano la cena.”

“Ma una cosa italiana no?”

“Quanto sei provinciale, è un menù fusion, sapori diversi.”

“E un menù con sapori soliti? Fa provincia?”

“Molto provincia.”

“Quindi Tom Jones con l’amatriciana?”

“Negativo.”

“Eugenio in Via di Gioia con il murgh-tikka?”

“Bravo, così ti voglio.”

IL VIALE

Non dimenticherò mai quella sera. Camminavamo mano nella mano senza parlare. Un viale pieno di alberi con i lampioni accesi tranne uno. Fu lì che pestai una cacca e per non rompere il silenzio magico e complice non dissi nulla. Vedevo le sue narici allargarsi e il suo volto assumere un’espressione infastidita.  Avevo la suola Vibram e la merda si era infilata nelle scanalature. Dopo qualche minuto lei ruppe il silenzio “Perchè non saliamo da me? Non senti che qui devono aver concimato il terreno?”
“No dai camminiamo un altro po’” in cuor mio speravo di trovare qualche grata o qualche superficie su cui poter strofinare la scarpa. Il viale era lunghissimo. Non si vedevano soluzioni all’orizzonte.
Dopo mezzora di camminata lei ripropose di salire a casa sua.
“Va bene” dissi “ma io sono abituato a lasciare le scarpe fuori dalla porta. A casa faccio sempre così”
“Non ti preoccupare, puoi tenerle..potrebbe piacermi sfilartele io” il suo sguardo si fece malandrino e complice.
Non sapevo cosa dire. Balbettai “Bello, intrigante..ma facciamo che tu sali e lasci la porta socchiusa e io salgo dopo?”
“No saliamo insieme in ascensore..voglio importunarti appena si chiudono le porte.”
“E se salissimo appiedi?” non riuscivo a disinnescare la bomba.
“Ma sei scemo, abito al 12° piano….dai in ascensore mi intriga”
Non vedevo via d’uscita. Decisi allora un gesto estremo.
“Lo sai che quando giocavo a calcio ero fortissimo?” presi la rincorsa e calciai con tutta la forza che avevo una lattina vuota e mi volò via la scarpa nel fiume che scorreva accanto al viale. Mi resi conto subito che era la scarpa sbagliata. Allora con un gesto di stizza mi tolsi la scarpa sporca e la lanciai nel fiume.
“Ma che hai fatto? Hai buttato le scarpe nel fiume?” ed iniziò a ridere.
Iniziai a ridere anche io dal sollievo. “Ora faccio come nel film A piedi nudi nel parco” ed iniziai a saltare dalla felicità sul marciapiede. E pestai un’altra merda.

UNA STORIA IMPOSSIBILE

“Siamo arrivati alla frutta, ormai ti devo lasciare”

“Ti prego, tienimi stretto ancora un pò, facciamo un altro giro, passiamo a prendere una birra”

“Ne ho già presa una… ma va bene. Però non rendere tutto più difficile per favore”

“Ma perchè mi lasci? perchè?”

“Perchè devo tornare a casa da mio marito, ho una famiglia e lo sai benissimo”

“Si si sempre la solita storia…e ora come al solito porterai via tutte le tue cose”

“Certo. Lo sai che lo devo fare, non posso lasciarle qui, mio marito mi farebbe un casino”

“Ma lascialo, resta qui con me. Qui hai tutto quello di cui hai bisogno.”

“Senti, ne abbiamo parlato tante volte, è una cosa che non funzionerebbe”

“Tu guardi ai piccoli problemi e non vedi come stiamo bene ogni volta che ci vediamo”

“Lo sai che mi piace tenerti stretto e andare in giro con te ma poi finisce lì, non abbiamo futuro”

“Sei tu che non riesci a vedere il futuro, quello che potrebbe essere se tu restassi con me”

“E che futuro avrei con te? Che sicurezza avrei con te? Lo sai che qui potrebbero chiudere l’attività?”

“Non è vero, hanno detto che saremo rilevati da Carrefour e si aprirebbero delle prospettive internazionali e potrebbero spostarmi in un punto vendita molto più grande con la galleria commerciale. Non ci mancherebbe nulla”

“Non ho più tempo per discutere, mio marito è fuori con la macchina che aspetta, ti devo lasciare”

“Ti prego, non mi togliere i 2 euro dalla fessura, li vorrei tenere per ricordo”

“Non posso, gli spiccioli mi servono sempre. Ti metto insieme agli altri come te”

“No no no, sei una stronza! Ogni volta mi usi e io cretino che ci casco”

“Cazzo sei un carrello, un carrello, un carrello lo vuoi capire, si o no?”

“Lo so ma ho la mia dignità, non dimenticarlo”

Lei si girò e senza salutare andò via con le buste mentre lui, inserito in un altro carrello si voltò e vide, con suo disappunto, che un bambino stava arrivando di corsa con un carrello da mettere a posto. Che vita di merda fare il carrello.

SE LO DICE TINDER

“Sai che mi vedo con Cinzia, te la ricordi?”
“Ma è una del liceo?”
“Si, per un po’ di tempo eravamo nello stesso gruppo che si vedeva in Viale dei Giardini.”
“Come mai? Dove l’hai beccata?”
“Per caso, alla posta di Piazza Vittorio. Stavo compilando un bollettino e mi ha chiesto la penna. Ci siamo guardati per qualche secondo e poi ci siamo riconosciuti.”
“E ci stai uscendo?”
“Per adesso abbiamo preso un caffè. Ma dovremmo uscire sabato prossimo. Sono contento.”
“Praticamente un incontro al buio”
“Come al buio? La conosco da quarant’anni”
“Che vuol dire? Non sai nulla di lei. Potrebbe essere una psicopatica, una poco di buono. Chi ti assicura che non ha problemi?”
“Ma che cazzo ne so. Io la conosco e ci esco. Scusa ma tu come ti comporteresti?”
“Nooo, io uso Tinder. L’app per gli incontri. I profili sono attendibili. Tu metti i tuoi requisiti e Tinder ti propone dei candidati che hanno grandi affinità con te e che abitano in un raggio che per te vada bene. Ormai è lo strumento che usano tutti per conoscere gente “certificata” per le proprie aspettative. Parecchi dopo i primi incontri hanno iniziato a vivere insieme. E’ una roba scientifica.”
“E tu hai trovato una persona?”
“Si”
“Bene, e non mi dici niente? Che tipo è? Ti stai trovando bene?”
“Per trovarmi bene mi trovo bene. Ho avuto qualche dubbio all’inizio. Ho verificato tutte le mie aspettative e i miei requisiti e Tinder mi proponeva un paio di candidati. Una era una bruttona con la quale sono uscito una volta ma non è scattato il “matching”. Allora sono uscito con l’altra persona che aveva una matching perfetto per i miei requisiti.”
“Meh e come si chiama?”
“Ugo.”
“Ugo?”
“Si, è un geometra del catasto. Abbiamo tante cose in comune. Ho scritto a Tinder per sapere se era veramente un matching corretto e mi hanno detto che combaciava al 100%.”
“Quindi a quel punto, se l’ha detto Tinder, mi sono lasciato andare. Vogliamo fare un uscita in quattro con Ugo e Cinzia?”

CUCUMAZZO E IL MOCCACCINO

Bernardo Cucumazzo è un consulente aziendale. Oggi ha un appuntamento in un’azienda cliente per una riunione con l’amministratore delegato. Deve definire un credito a suo favore che va avanti da un bel po’. Durante il tragitto riceve un messaggio vocale dal dottor Trincheri, l’amministratore.

“Cucumazzo mi deve scusare ma un impegno imprevisto non mi permette di raggiungerla in sede. Ho lasciato tutto alla dottoressa Gloria Allisanti, la nostra nuova responsabile dell’amministrazione. A presto”

Che palle, pensò Bernardo. Ora questa non la conosco e invece con Trincheri abbiamo un ottimo rapporto anche se quando si tratta di pagare prende sempre tempo e scuse. Di solito quelle dell’amministrazione sono dei mastini rompicoglioni.

Parcheggò l’auto nei posti dedicati ai fornitori e si avviò all’ingresso. Compilò il modulo per il Covid e si sanificò le mani con il gel a disposizione degli esterni. Le porte automatiche si aprirono e si avviò verso le scale per salire al piano degli uffici. Guardando il telefono non si accorse della persona che stava scendendo. Sentì in modo inequivocabile alcune particelle di sandalo e di muschio di quercia che portavano senza dubbio ad uno Chanel n.5. Alzò la testa e un sorriso gli domandò:

“Cucumazzo?”

“Si, sono io”

“Piacere Gloria Allisanti. Tricheri mi ha detto di averla avvisata della sua assenza e che farà il controllo con me. Vuole un caffè?”

“Bene, si grazie.”

“Così ci mettiamo al lavoro. Ne abbiamo per un po’.”

Gloria era uno spettacolo. In un mondo di amanti filiformi di running, pilates, yoga e spinning quella donna era Giunone. Le forme sembravano scolpite da un antico scultore greco. Proporzioni perfette. Gonna grigia e camicia bianca. Cucumazzo non riuscì ad evitare di poggiare lo sguardo per pochi secondi sul décolleté. Gli sembrò di sentire i bottoni della camicia di Gloria che dicevano “Oh ragazzi io non so quanto possiamo resistere appesi alle asole. Qui tira tutto”

“Cucumazzo mi spiace ma il caffè è finito. Le consiglio il moccaccino.” 

Come fai a dirle di no. Cucumazzo però aveva avuto una triste esperienza con il perfido moccaccino. Era stato chiuso in una toilette aziendale per due ore con un forte mal di pancia. Pensò che stavolta sarebbe andata meglio. Magari qui usavano una miscela diversa.

“Grazie Gloria vada per il moccaccino”

Lo bevve piano. Nessun problema.

“Gloria, lei non lo prende il moccaccino?”

“No, io sono terrorizzata dal moccaccino. Mi crea disturbi allo stomaco, e come dicono qui in azienda, fa cagare!” e sorrise di gusto.

Cucumazzo pensò che era una stronza.  Com’è, sai che è una schifezza e me lo consigli?

Deve essere una pre-tattica. Mi vuole mettere in difficoltà. Mi vuole creare disagio.

Si accomodarono al tavolo da riunione ed iniziò il lavoro di controllo e riscontro della documentazione progettuale su cui Cucumazzo vantava una somma che era stata velatamente messa in dubbio da Trincheri e che Gloria invece contestava apertamente.

Ogni importo che secondo lei non andava bene lo cerchiava in rosso e Cucumazzo avvertiva una fitta al cuore e controbatteva riuscendo alcune volte ad ottenere un punto interrogativo accanto al cerchio rosso. La sua attenzione però era rivolta sempre allo stesso punto. Gloria se ne era accorta e nel girarsi per prendere un evidenziatore si era sbottonata leggermente per aumentare la visibilità delle cupole.

“Vede Cucumazzo, qui siamo di fronte ad una quarta….” fece una pausa

Cucumazzo per un attimo pensò alla misura del seno di Gloria che ormai era visibile per metà..

“…attività non realizzata completamente. non crede?”

Cucumazzo annuì lasciando strada libera al cerchio rosso implacabile della matita di Gloria.

“Bernardo, le dispiace se la chiamo per nome?”

“No, anzi. Mi fa piacere”

Gloria si piegò sulla poltrona per prendere qualcosa dalla borsa e un altro bottone si sganciò.

“Oggi non funziona neanche l’aria condizionata, fa un caldo terribile” Gloria alzò le braccia per raccogliersi i capelli e fermarli con l’elastico preso dalla borsa. Questo movimento fece arrivare una folata di Chanel che colpì Cucumazzo in pieno volto.

Il moccaccino iniziava a dare segnali preoccupanti, il seno della dottoressa Allisanti si stava palesando come il terzo segreto di Fatima e lo Chanel n. 5 faceva il resto.

Cucumazzo era in balia totale. Poco importava se ad occhio e croce aveva intuito una decurtazione di circa il sessanta per cento del suo credito. 

“Cucumazzo, io vorrei che lei fosse allineato su queste due cose..”  prese una pausa

Bernardo fissò dacapo le cupole.

“…missione e visione della nostra azienda. Mi segue?”

Visibilmente frastornato chiese di andare in bagno.

“Credo che l’unica toilette disponibile sia questa nella sala riunione. Le altre sono state pulite e chiuse dall’impresa delle pulizie che è andata via.”

“Va bene vado qui”

“Faccia con calma Bernardo, devo fare delle telefonate. Ah vede che la porta della toilette è difettosa ma non si preoccupi tanto siamo solo io e lei qui”.

Bernardo pensò “e che due coglioni. Ho da fare la roba grossa per colpa di questo cazzo di moccaccino, la porta non si chiude ed il cesso è pure alla turca…voglio morire”

Per evitare casini si tolse i pantaloni ma si rese conto che non c’era nessun gancio per appenderli. Allora se li mise attorno al collo e alla testa ed iniziò ad assumere una posizione consona al bisogno. Sembrava un cavaliere Berbero, uno di quelli che si trovano nelle canzoni di Franco Battiato. Sentiva che stava per liberarsi ma la pressione accumulata faceva presagire che tutta la zona industriale lo avrebbe sentito. Fece finta di telefonare ad alta voce per coprire il rumore.

“Tutto bene?” chiese Gloria

“Si sì. Un attimo, finisco la telefonata” 

Liberatosi si accorse che non c’era l’ombra della carta igienica. Vedere un cavaliere Berbero piangere è un’immagine che ti stringe il cuore. Dalla tasca dei pantaloni Bernardo vide penzolare gli elastici della mascherina e subito ne fece un uso non previsto ma necessario. Si rivestì e assumendo una postura dignitosa rientrò in sala riunione.

“Mentre era al ..telefono, ho definito l’effettivo suo credito”

“Va bene, quindi vi mando la nota di credito in decurtazione delle fatture emesse”

“Bene Cucumazzo, ha visto che con un po’ di lavoro abbiamo messo a posto la situazione? Ora pensiamo ai prossimi lavori. Prende un altro moccaccino?”

“No grazie ora preferisco andare a casa”

“L’accompagno all’ingresso?”

“Non si disturbi, conosco la strada. Alla prossima” e l’ultimo sguardo andò sempre a finire sulla mission e sulla vision.

“Dott. Trincheri, Cucumazzo è andato via. Abbiamo ridotto il suo credito dell’ottanta per cento. Ho seguito i suoi consigli. Gli ho dato il moccaccino e poi ho usato un po’ di tecnica “vedo non vedo”. Ho tolto anche il gancio e la carte igienica nella toilette. Era prostrato completamente alla fine. Non ha voluto sapere neanche di quanto era la decurtazione. Ora apro un po’ le finestre che quel moccaccino è micidiale. A domani”

UN VERO UOMO

“Non so se vale la pena continuare la nostra relazione,  così senza alti e bassi. Una vita piatta senza pathos. Non so ma quando parlo con Aldo…”

“Ah ecco,  ti stavo aspettando, mi stavo domandando come mai non usciva il nome di Aldo, l’uomo che ti invita sulla Luna e non ti porti dietro niente…eh? Non dici sempre così?”

“Si, Aldo è uno che fa sognare…”

“E grazie non ha una lira! Può solo sognare…”

“Sì non ha una lira ma ha tutto quello che vuole. Mentre tu sempre con le tue carte di credito, Platinum qua, Oro lì, acquisti di beni e servizi in tutto il mondo senza problemi. Mai un intoppo. Se prenoti un’auto ti danno sempre una categoria superiore a quella richiesta, se andiamo in albergo ci danno una suite perchè le matrimoniali sono terminate, se andiamo al ristorante il tavolo è sempre quello in prima fila sul panorama mozzafiato o sul mare. In aeroporto mai una fila in piedi come le persone normali. Sempre chiusi nelle salette Vip a riempirci di chips, finger food e spritz per giunta gratis fino a quando non passiamo davanti a tutti e ci sediamo per primi. Mi sento sempre una merda.”

“Oh ma che vuoi se guadagno bene e posso permettermi queste comodità?”

“Ma non ti senti vuoto? Non hai idea di cosa vuol dire la parola sfida? Aldo ha un’ avventura ogni giorno, deve inventarsi sempre delle cose nuove. Per esempio tu sei protestato? Sei segnalato al CRIF?”

“No e ci mancherebbe pure.”

“Beh Aldo sì. Lui le chiama cicatrici della vita.”

“Ma le cicatrici dovrebbero essere di chi non ha avuto i soldi da Aldo credo..”

“E tu? Il tuo casellario giudiziale tutto pulito, neanche una virgola fuori posto”

“Certo. Non ho fatto nulla, sono una persona seria e corretta. Immagino che anche lì Aldo abbia alcune cicatrici della vita”

“Per forza. Ed ognuna è una storia che potrà raccontare ai nipoti nelle lunghe notti di inverno”

“Bisogna vedere se ci arriva all’inverno e ad avere nipoti a cui raccontare le storie.”

“Tu cosa potrai raccontare ai tuoi nipoti? Di quella volta che avevi cancellato delle slide ed hai dovuto improvvisare in una riunione oppure di quelle volte che hai rischiato grosso usando due tipi di pennette con tempi di cottura diversi? “

“Beh io e Aldo abbiamo una diversa concezione del verbo “trasgredire”…”

“Aldo ha avuto anche storie con altri uomini e tu mi pare che il massimo di vicinanza con uomo  è stato fare la pipì in quattro amici contro un muro..”

“Senti io sono uno preciso, non trasgredisco, lavoro, non ho vedute ampie da quel punto di vista lì, insomma sono normale. E sono felice”

“Ma almeno una volta vuoi fare qualcosa alla Aldo, un colpo di testa, qualcosa di illegale, fuori dalle righe? Non dico di sfociare nel penale ma almeno in qualcosa di sanzionabile.”

“Se vado nella ZTL in orario non permesso può andar bene?”

“Si. Va bene, almeno ti arriva una multa. Iniziamo così. Ma non ti permettere di pagarla subito. Aspetta che scade e che va ad Equitalia”

“No ad Equitalia no ti prego.”

“Si invece, voglio vederti soffrire di fronte ad un sollecito, voglio vedere la tua faccia trasformarsi davanti ad una busta verde di Atti Giudiziari. E’ ora che tu diventi un vero uomo.”

LA VIA FRANCIGENA

“Non pensi che dovremmo fare qualcosa per comunicare meglio io e te?”

“Sono d’accordo Sara. Ti ho detto un sacco di volte che dovremmo avere lo stesso operatore telefonico. Stessa copertura, stessa qualità del segnale..Andrebbe molto meglio”

“Io intendevo proprio parlare..”

“Certo. Pensavo che avere minuti illimitati per entrambi ci darebbe molte più possibilità di parlare..”

“Senti, smarcata la questione operatore telefonico vorrei dedicarmi ai contenuti, cioè a quello di cui dobbiamo parlare..”

“Tipo “Cosa c’è per cena?”

“Una specie. Ho parlato con la Giovi e mi ha raccontato della terapia di coppia che sta iniziando con suo marito, il Gino”

“Che terapia? Stanno male? Non sapevo nulla..”

“Ma non stanno male..stanno cercando di migliorare il loro rapporto, sai capita…”

“E che medicine stanno prendendo?”

“Non si prendono medicine ma si fanno delle cose, delle attività per ritrovarsi.”

“Per ritrovarsi?”

“Sì, per riprendere belle pratiche e belle cose che non si fanno più e ritrovare lo smalto.”

“Ho capito, ho capito. Comunque il tuo smalto l’ho visto in cucina, scusa, giusto che l’hai citato”

“Vabbè…comunque il medico gli ha consigliato di fare insieme qualcosa di straordinario, di affrontare una sfida che li possa mettere alla prova e dalla quale uscirne fuori rafforzati e soddisfatti. Una sfida che potrebbe avere momenti difficili ma che, dandosi una mano, li vedrebbe ricompattarsi.”

“Gli ha detto di andare all’IKEA il sabato pomeriggio?”

“Ma nooo”

“E che ne so…tu dici una sfida difficile…”

“Il dottore ha detto a Giovi e Gino che se vogliono salvare il loro rapporto devono prendersi tre mesi per fare a piedi più di duemila chilometri da Canterbury a Roma. Devono percorrere la Via Francigena, quella dei pellegrini del Medioevo. Camminare ore, dormire dove capita, stare vicino quando fa freddo, sotto la pioggia, il vento, i cani randagi. Questo li porterà…

“..all’esaurimento nervoso. Ma ti rendi conto? Gino che non alza il culo dalla sedia deve fare duemila chilometri a piedi?”

“Ma per amore lo deve fare!”

“Ma per amore si possono fare anche altre cose…non andare da Canterbury, che non so neanche dove sta, a Roma!

“E cosa si dovrebbe fare secondo te? Sentiamo il grande esperto di terapia di coppia”

“Per esempio riordinare la cantinola. Se insieme, senza litigare, si riesce a mettere ordine ed anche a buttare molta roba che non serve, la coppia è salva.”

“Allora riordiniamo la cantinola ora!”

“Ma era per fare un esempio, e poi dillo a Giovi e Gino. Tra l’altro il medico si sarà preso almeno una trecento euro per mandarli a Canterbury”

“Ho capito, fai sempre giri di parole ma non affronti il problema. Io voglio capire se la nostra unione può continuare o no. Ho bisogno di una prova e andare a fare duemila chilometri a piedi con te mi sembra un’ottima idea.”

“Quindi noi dobbiamo prendere e partire.”

“Mah si, come fossimo in quarantena solo che andiamo a piedi io e te, da Canterbury a Piazza San Pietro. Avvisiamo in ufficio che non andiamo perchè faremo smart walking! ah-ah-ah-ah-ah ti piace la battuta?”

“Non mi fa ridere proprio per niente. La trovo un’idea fuori da ogni logica”

“Ma lo sai che la Via Francigena era percorsa da migliaia di pellegrini per raggiungere la Puglia ed imbarcarsi per la Terra Santa?”

“No, non mi dire…avevano tutti problemi coniugali e il medico gli aveva detto che solo arrivando in Terra Santa con la moglie avrebbero capito se continuare ad essere sposati..”

“Quanto sei spiritoso….voglio vedere se avrai lo stesso spirito dopo aver camminato e discusso per quaranta chilometri al mio fianco”

“Beh fin quando si scherza si scherza, ora stai facendo del terrorismo e mi stai mettendo anche in agitazione. Dai, chiamiamo Giovi e Gino e magari andiamo a farci una pizza”

“Sono partiti stamattina. Sono già a Canterbury”

“Oh madonna…ma è un incubo questo Canterbury”

“Andiamo a farci una pizza io e te? Così magari con la pancia piena riesci a digerire meglio l’idea della terapia…”

“Va bene, dai. Davanti ad una pizza si ragiona sempre meglio. Dove prenoto?”

“In Corso Francia c’è la Locanda del Pellegrino, fanno una pizza fantastica”

“Eh no, dai…”

I TEMI DI LARA

Le giornate si stanno allungando ed è difficile guidare con il sole negli occhi alle sei del pomeriggio. Michele guarda l’orologio. Ha detto alla moglie che sarebbe rientrato per cena. Poco meno di due ore per stare con Lara che non è sua moglie ed è seduta in auto accanto a lui. Sprofondata nel sedile con una giacca blu, la camicia bianca e quel filo di perle con cui gioca facendolo scorrere tra le dita con gli anelli. Ha la fede tra i due anelli con pietre di colore diverso. Il sole sembra divertirsi a proiettare i riflessi delle perle e degli anelli sul tetto grigio della macchina.

Si sono conosciuti in rete. Una di quelle chat dove ci sono le room e si parla senza conoscere la propria identità. Sì, avveniva proprio così prima che arrivasse Facebook. Si sono scritti per settimane aprendosi completamente l’uno all’altro. Si sono confidati come solo due perfetti sconosciuti possono fare.
Poi hanno iniziato a parlare al telefono per ore come due adolescenti. Le voci basse in ufficio o in sala professori, sul balcone per non farsi sentire dagli altri oppure nel corridoio per il cambio di orario e di classe. Mai da casa. Fino alla decisione di vedersi di persona. Una evoluzione naturale. I sensi della vista, del tatto, dell’olfatto e del gusto non puoi tenerli fuori. Non si vive di solo udito.

“Allora te la senti di prendere un tea for two?”…l’emozione forte di incontrare qualcuno di cui sai tutto ma non sai che faccia ha. “E se fosse un cesso? e se ha i capelli unti? e se gli sudano le mani? e se poi scopro che è una trappola di mio marito? Nooo, non può essere. Oh, poi mi sta battendo forte il cuore. Al cuor non si comanda. Mi sembra di essere tornata indietro di trent’anni.”

Lara guarda fuori, vede la strada scorrere e sorride pensando a quel primo incontro. Ricorda tutto perfettamente…qualche banalità sul traffico, sul bar e sulla giornata a scuola e al lavoro. Belli tutti e due. Nessuna mano sudata. Le ovvietà che lasciano il campo alla voglia di guardarsi, di dare forma a quelle parole e a quella voce che ormai conosceva bene. Guarda Michele e le viene in mente di continuo il bacio sulla guancia che gli diede.
Il primo di tanti. Una piacevole sorpresa. Aveva un suo odore. Niente profumi, dopobarba o altre essenze. Poi quei quattro passi fuori dal bar in un paese fuori città per evitare di incontrare persone conosciute. Le mani che si cercavano con la sincronia delle loro pulsazioni.
Se gli avessero misurato la pressione avrebbero trovato la stessa minima e la stessa massima.
Girare l’angolo, fermarsi appoggiandosi spalle al muro come se fossero inseguiti da qualcuno….. un emozione unica. E lì, scossi dal brivido dell’extra moenia, resero appagati gli ultimi sensi rimasti esclusi dal more uxorio.
Lo tsunami era arrivato. Inarrestabile come i milanesi che escono dal metrò.

Oggi Michele ha un appuntamento a Matera, nel cuore dei sassi. Una cosa di lavoro. Lara gli ha chiesto “Vuoi che vengo con te? Devo correggere dei compiti e posso mettermi ad un tavolino di un bar. Così quando finisci stiamo insieme.”
Lara è una professoressa di italiano con un marito distratto.
Michele è un fiscalista con una moglie ammortizzata.

Michele guida con la mano nella mano di Lara e la Vanoni, come se vedesse le loro mani, fa vibrare l’impianto stereo sussurrando:

🎵Perché sei tu il mio uomo perché continueremo
a divorarci a baci a morsi e poi rimorsi e poi
a non lasciare niente per nessuno
per chi dopo di te dopo di me verrà 🎵

Michele si sente tanto il poeta, il chitarrista che ti invita sulla luna, urli e non ti porti dietro niente , guarda Lara negli occhi, sorride e porta la mano alla bocca per baciarla.

“Abbiamo quasi due ore. Ci fermiamo all’Hotel Cala Titout? Mi ha detto un amico che ci sono delle stanze esterne e devo passare solo io dalla reception per prenderne una senza dare anche il tuo documento. Se non te la senti tiriamo dritto”

“Dai ok. Così posso finire di correggere i compiti…” Lara sorride “Sto scherzando… 🎵ad un bambino cosa puoi negare, cosa puoi negare a quel sorriso che ti spezza il cuore🎵”.

Michele parcheggia sul brecciolino vicino ad una siepe alta. “Torno subito. Resta qui”
Entra nella hall guardando se ci sono persone e si avvicina alla reception.
“Avrei bisogno di una stanza per un paio d’ore”
“E’ solo?”
“No.”
“Sono 150 euro in contanti” l’addetto lo guarda negli occhi.
“Per due ore????” risponde stupito Michele.
“Oppure può pagare 60 euro con la carta di credito con il rischio che sua moglie possa leggere l’estratto conto e chiederle lumi sulla stanza a Cala Titout presa il giorno 27 maggio. Le farei anche la fattura e manderei copia del suo documento in Questura, sa per i dati obbligatori che siamo tenuti a dare sulla ricettività. Che faccio? Carta, fattura e Questura?”
“No, ecco i 150 euro” prende la chiave, ringrazia velocemente il “simpatico” addetto e raggiunge il parcheggio.
“Ma ci hai messo un sacco di tempo! Ho visto passare diverse macchine e secondo me qualche faccia la conoscevo..” Lara è visibilmente preoccupata.

Michele sale in macchina e raggiunge la stanza che è nell’ultima villetta sulla sinistra. Escono come due ladri e si fiondano sulla porta.

“Come cazzo è che non apre…ma ha sbagliato chiave quel deficiente. E ora?”

“E ora prova a metterla in quell’altro verso…” Lara alza gli occhi al cielo.

Finalmente la porta si apre, entrano e si chiudono come Butch Cassidy and Sundance Kid inseguiti dall’esercito regolare messicano.

Il silenzio ora è ingombrante. Non sono mai andati oltre un’appassionata quanto discreta conoscenza superficiale e vedere il letto lì, al centro della stanza come un’ara sacrificale in attesa che si compia il rito…beh crea un pò di ansia. Lo guardano e si guardano. Per un attimo sui due comodini vedono apparire le foto dei rispettivi matrimoni.

“Ma non staremo a fare una cazzata?” dicono all’unisono girandosi l’uno verso l’altro.
Si siedono sul letto guardando una stampa appesa alla parete. Passano pochi secondi e Lara salta sul letto.
“Nooooo, ho lasciato il pacco dei compiti sulla sedia del bar, cazzo, cazzo, cazzo. Devo portarli in presidenza domattina. Madonna santa, devo recuperarli…una tragedia, una tragedia, dobbiamo tornare a Matera…speriamo di fare in tempo”
“Non mi hai dato il tempo di parlare Lara, li ho presi io e li ho messi in macchina. Stanno sul sedile posteriore.”
Lara si ributta sul letto, sopraffatta dal timore di aver perso i compiti di italiano dei suoi alunni. Guarda per qualche minuto il soffitto ornato da un ventilatore Vortice ingiallito.
“Michele sai a cosa penso?”
“Cosa?” e intanto cerca di mettersi di fianco a lei.
“Che mi piaceva di più quando non ci conoscevamo. Quando passavo un sacco di tempo a immaginarti. A fantasticare sulle cose che mi scrivevi. Come quando leggi un libro e ti devi costruire le voci, i volti e i posti in cui si svolge la storia. Poi esce il film, lo vai a vedere e ti delude sempre. Magari ti piace per altre cose ma non è quasi mai come il film che ti eri girato tu. Se ora facciamo sesso, che ha sempre un suo perchè, diventerebbe una relazione come tante altre. Verremmo sopraffatti dalla tempesta ormonale e perderemmo la sintonia che abbiamo costruito. Non credi?”
“Lara in linea di principio sono d’accordo ma, allo stato attuale…..”
Bussano alla porta della camera.
Si guardano terrorizzati.
“Chi è?” dice Michele alterando la voce.
“Sono l’addetto alla reception. Ha lasciato il cellulare sul bancone. Glielo metto qui sul davanzale. Mi scusi.”
“Grazie grazie” tira un sospiro il fedifrago ed apre piano la porta per recuperare il telefono.
“Ueeee Michele che cazzo ci fai qui?” un amico del calcetto si para inaspettatamente a pochi metri da lui. Si guardano e all’unisono “Oh tu non mi hai visto!”.
“Tranquillo, tranquillo Michele…ma chi ti sei portato qui? Un puttanone?”
“Ma no dai… è una professoressa, una persona per bene”
“Ma vattin va, chissà addò la s’pigghiat..”
Lara si affaccia per difendere il suo onore “Guardi che non sono un puttanone…”
“Professorèèèès…” l’amico sbianca. “ Mi scusi, non credevo…”
“Cosa?” chiede Michele che ormai è allo sbando
“E’ il genitore di una mia alunna…….andiamo via”
“Buonasera professoressa”
“Arrivederci e mi saluti tanto sua figlia, ha fatto un ottimo compito”

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